
L’indignazione è la risposta cosciente di chi, deluso dalle aspettative disattese, prova un sentimento di rabbia, ma, anziché sfogarla con atti distruttivi, trasforma l’evento (o la catena di eventi) in simbolo. Si tratta di autocompiacimento attraverso il filtro della morale: “Le cose sarebbero dovute andare in un modo diverso!”.
È una sovrastruttura intellettualizzata della rabbia, e, tipicamente, si traduce in una delega della reazione al miglior offerente, ragione per cui viene strumentalizzata da sempre, col fine di tradurla in consenso politico facile.
Tale delega è comoda per tutte le parti in causa, come tutto ciò che non può essere realmente efficace: chi la offre percepirà un senso di leggerezza e di validazione sotto il profilo civico, e chi la accoglie avvalorerà la propria funzione sociale (della mancanza di utilità profonda del potere costituito e dei centri che vi orbitano tratterò in futuro).
L’indignazione collettiva delegata, giusto per portare un esempio banale, è la ragione per cui lo Stato finanzia corsi per l’autodifesa femminile, nei quali guru senza scrupoli insegnano a donne spaventate (più o meno giustamente, a seconda del contesto in cui vivono) come difendersi dagli attacchi di coltello.
Nella composizione fotografica, in primo piano, il gran patron dell’indignazione in Italia.
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