
Credere o non credere? Attraverso questo post, spero di riuscire a mettere in risalto la debolezza strutturale di entrambe le posizioni, svincolando il ragionamento dall’esperienza umana.
Comincio con una premessa: se per te il vissuto umano è l’unica cosa che conta, allora ti sentirai totalmente svuotato ed escluso, e non riuscirai a seguirmi.
La fotografia che ho postato non è casuale: si tratta di un organismo unicellulare che si sta nutrendo di un altro organismo unicellulare. Nessuno gli attribuirebbe una coscienza, uno spirito o un fine. Sappiamo che agisce in base all’elaborazione sensoriale, legata alle molecole con cui entra in contatto. Mantiene l’entropia interna costante, attraverso il nutrimento che trasforma in azione liberando calore e scarti (aumentando l’entropia del sistema in cui vive).
Ebbene: tra noi e quell’organismo ci sono meno fattori di grandezza che tra quell’organismo e la scala di Plank, o tra noi e l’estensione cosmica. Astrattamente, stante gli ordini di grandezza, possiamo quasi essere considerati quell’organismo. Ancora meglio, non siamo altro che insiemi di quell’organismo, che si sono specializzati per massimizzare il rendimento energetico, secondo le stesse “regole” (chiamiamola legge universale: la fisica che governa l’intero sistema-universo).
Possiamo tranquillamente considerare la coscienza stessa come funzione emergente: a differenza di quell’organismo unicellulare, le nostre reti neuronali ci consentono di elaborare processi più complessi, sfruttando una parte maggiore di informazione (ad esempio, la radiazione elettromagnetica entro certe lunghezze d’onda, che è quel che chiamiamo vista, sebbene non siamo come i pipistrelli che percepiscono anche altre lunghezze d’onda ddello spettro – questo lo specifico per far notare come si tratti di variazioni minime della stessa funzione biologica), e, attraverso la costruzione della coscienza, ci consentono di collocarci in uno spazio-tempo discreto. È quest’ultima funzione biologica a farci porre le domande sull’estensione di questo spazio-tempo. Analizzando nel dettaglio, ci accorgiamo che la maggioranza di noi non è nemmeno così diversa dall’uomo primitivo: anche l’uomo primitivo avrebbe saputo usare un telefono moderno, un caricabatterie, e tutto ciò che di moderno c’è. Forse non avrebbe conosciuto il diritto internazionale, ma a differenza nostra sarebbe stato in grado di costruirsi un riparo efficace e di cacciare. Noi siamo più vicini al collasso, senza nemmeno esserne pienamente consapevoli: è il prezzo che paghiamo per vivere in una società strutturata, che, nel darci maggiori possibilità di sopravvivenza (anche a causa di una fonte di energia che è un regalo della geologia, che è il petrolio), ci rende maggiormente specializzati. In fin dei conti, è abbastanza improbabile che la nostra specie sopravviva a lungo, a differenza di specie come le blatte, che, pur essendo dotate di un minor numero di funzioni cognitive, sono più adatte alla sopravvivenza della specie (sebbene non del singolo individuo).
Ora, spero che chiunque riesca ad aver compiuto quel salto concettuale per cui non siamo poi così speciali, e riesca dunque a osservarsi dall’esterno.
Osservandosi dall’esterno, ci si rende conto di alcuni aspetti:
- l’essere umano non può non porsi il dilemma di cosa ci sia oltre il conosciuto, per struttura cognitiva;
- la ricerca teorizza cosa ci sia, spostando Dio un po’ più in là ogni volta (i primitivi attribuivano una volontà al fuoco e alla pioggia, giusto per fare un paio di esempi);
- se esiste un “architetto” del sistema, per esso la morale umana è del tutto priva di valore (essendo mera funzione emergente della struttura fisica profonda).
Il salto concettuale che noto tra atei e credenti non è poi così ampio: gli uni si fermano all’incirca al punto 1. Gli atei si fermano al punto 2. o 3.
Il problema sostanziale è che esiste un ulteriore salto concettuale, ed è quello per cui l’esterno dell’universo non sarà mai esperibile, e dunque non c’è alcuna possibilità di rendere falsificabile un modello fisico che lo descriva.
Per fare un esempio concreto e intuitivo, immaginiamo un essere bidimensionale che si muove entro uno spazio bidimensionale (per semplicità, ipotizziamo R²), ed è in grado di percepire il colore. Dal suo punto di vista, esiste un orizzonte (immaginiamolo nero o bianco), composto da un’unica linea avanti a sé; osservando e muovendosi, vedrà una serie di linee (immaginiamole colorate) più o meno lunghe entro quell’orizzonte. Un giorno potrà arrivare a teorizzare che esista uno spazio in R³ (il nostro) nel quale quelle linee sono solidi, che vengono sezionati nel suo universo bidimensionale, ma non sarà mai in grado di determinare come quei solidi siano realmente costituiti (potrebbero essere ipersolidi in Rⁿ, giusto per fare un esempio, ma se anche fossero semplicemente in R³, la perdita di informazione non gli consentirebbe di determinare una funzione analitica che li descriva compiutamente per quel che sono), o di visualizzarli; potrà, tutt’al più, fare delle ipotesi su cuò che avviene quando attraversano il suo universo: velocità costante, accelerazione, rotazioni, simmetrie, movimenti del suo stesso “universo” attraverso la costruzione di un tensore ad hoc ipotizzando ulteriori relazioni tra le traiettorie e le trasformazioni dei due sistemi, e così via.
Se, all’interno del suo universo, litigasse con un altro essere bidimensionale su chi abbia più ragione, chiunque li vedesse dall’esterno (dal nostro universo in R³) sarebbe in grado di comprendere che se anche uno dei due la avesse o ci si avvicinasse, sarebbe per una mera coincidenza, a parità di coerenza logica dei modelli.
Per noi vale lo stesso identico limite.
L’epistemologia studia esattamente i limiti della conoscenza umana, e già è chiaro (non a tutti, anche se dovrebbe) che l’ontologia (è in quanto è fatto così a livello fondamentale, formalizzabile in forma analitica, indipendentemente dall’osservatore) a noi non sarà mai realmente accessibile.
Sostenere che non esista un Dio (non mi riferisco a quello delle sacre scriutture, ovviamente, ma a un entità creatrice), a questo livello, ha lo stesso identico valore di sostenere che esista. Svuotando di significato umano il senso della parola “credere”, limitandolo a mera ipotesi che si ritiene logicamente più coerente delle altre (il che dipende dalla propria struttura cognitiva, che comunque, per quanto intelligenti si possa essere, resta limitatissima), si può affermare che chiunque sia abbastanza intelligente da porsi domande su ciò che lo circonda, “crede” in qualcosa, e che, a parità di coerenza logica interna, ogni ipotesi abbia lo stesso identico valore.
Qualcuno può illudere gli ingenui di riuscire a fermarsi all’agnosticismo (non posso sapere, quindi non mi interessa indagare a un livello definitivo), ma l’agnosticismo vissuto è diverso da quello su carta, e viene a tutti gli effetti proposto come un credo: il credo del “non posso conoscere, quindi NON POSSO indagare, se non localmente, ma spero che le risposte sul significato mi arrivino comunque”.
Pertanto, è necessario ammettere che tra l’ipotizzare che l’universo “nasca” (cosa significa?) dal nulla, che l’universo sia sempre esistito, che l’universo sia stato generato da altri universi, o che l’universo sia stato generato da un’entità o da Dio, non esiste alcuna differenza, se non a livello di coerenza logica interna (l’ipotesi per cui esista un Dio che osserva e giudica l’azione umana, per esempio, è del tutto illogica), ma nessuna di queste posizioni dà un accesso privilegiato all’ontologia “definitiva”, che resta non conoscibile.
Tornando all’essere umano, ciò che invece varia in modo sostanziale tra individui, è la consapevolezza di quanto il credere in qualcosa (anche solo a livello di ipotesi) sia importante per soddisfare la propria ricerca di significato (parte integrante della debolezza cognitiva umana), legata appunto alla presenza della coscienza.
Di fatto, l’uomo non è quasi mai in grado di agire separandosi dalla propria esperienza, e addirittura si può affermare che il farlo comporti quasi sempre un prezzo psicologico altissimo.
Entriamo dunque nel campo della sensibilità umana (anche solo cognitiva, non per forza empatica).
Pensiamo al culto dei morti: ogni giorno, in quasi ogni specie animale, muoiono decine di individui, e ne nascono altrettanti. Le blatte non piangono i morti: se ne nutrono come se si trattasse di un cibo qualsiasi. L’uomo si rende invece conto che l’esperienza di vita è un continuum nello spazio-tempo da un punto discreto A a un punto discreto B, e, nel domandarsi cosa ci sia oltre quel punto B al quale giungerà, esercita il culto dei morti, ritualizzandolo.
Personalmente, non sono mai riuscito a percepire il sacro. Lo stesso concetto di sacralità della vita non l’ho mai pienamente inteso, se a livello di struttura emergente dell’assetto cognitivo umano.
Mi sento tuttavia di affermare che il rapporto col sacro è ciò su cui ogni civiltà umana pone le proprie fondamenta, e che, oltre a un certo punto, non sia più possibile spogliarlo, imponendone la riduzione normativa a mero epifenomeno; l’intera azione umana (per approssimazione) si basa sull’identificazione in una certa morale, che poggia le basi in quel sacro.
In definitiva, noto che che la stragrande maggioranza di chi si pone il dilemma si sofferma alla superficie, collocandosi entro uno scientismo moralizzatore, o entro un qualche tipo di spiritualità religiosa che pone le proprie fondamenta nel percepito e nella morale comune (vuoi non credere nel karma nel 2026?). Entrambe le posizioni non rivelano nulla di nuovo sull’universo, ma sono rivelatrici di una parte sostanziale del pensiero di chi vi si colloca.
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